De l’impasse

La questione dell’impasse mi occupa ormai teoricamente e praticamente. Per una ricerca collaterale, mi interrogo su cosa significa, e come  si può definire l’esperienza dell’impasse, nella dinamica del significare (francesizzo lo so, ma è che ste robe di solito le scrivo in french). Impasse come qualcosa di bloccato, che gira in tondo, che interroga ma non riesce a porre domande precise, come domanda da cui non nascono ipotesi. Si resta in un vago immediato, oppure le domande reiterano vecchi argomenti.  Nei casi più difficili è l’esperienza dell’incontro con la Medusa,  che guardandola ti impietrisci (occorre Perseo, e il suo scudo, si).

Mi si diceva, pochi giorni fa: e Iorandui? Riflette. Oggi ha scoperto delle cose, ma le dico dopo.

Questa permanenza all’estero (che trascorre “veloce-lenta-mente”) un po’ mi diverte, un po’ mi incuriosisce e un po’ mi spazientisce. Le impazienze sono soprattutto da “Mercurio contro”:  le difficoltà ad avere accesso a internet, ad avere un telefono (che funzioni), l’impressione che il il contesto francese non immagini che vi sono persone che “vengono da fuori” : festa sul lago di Kir (ci sono andata oggi), non si sa bene in quale punto esatto. 3.5 km il perimetro: fatto tutto, quasi due volte, sino a trovare la “festa delle associazioni” (di tutto un po’). Inoltre, pochissime possibilità di capire le tariffe telefoniche (ho fatto fuori quindici euro per una prima connessione internet, in soli 5 minuti?).

Comincio invece a quasi abituarmi ai fornelli elettrici (2) che funzionano poco e male. Inizio circa due ore prima a fare uno stufato di zucchine (per la cena di stasera) e circa 40 minuti prima a grigliare del pesce.  SI chiama “cucina dolce” (però domani vado a protestare, oh)

Cammino. In questo campus universitario decisamente poco affollato. Grandi spazi, blocchi – scatole di cemento, prati imprigionati in una misura standard e platani irregimentati. Li guardo e lo so, me lo dicono, che non sono contenti. Sono platani al guinzaglio, attenti a far cadere le foglie senza sporcare troppo. Prendo il bus, ormai comincio a capire un paio di linee. Quella che preferisco (la più comoda) la L5 passa davanti alle gallerie lafayette, un veterinario, un ristorante indiano e una lavanderia. Molte banche e farmacie. E parrucchieri.

Alle quattro del pomeriggio aspetto il bus che mi riporta in centro, dopo il giro a piedi sui prati vicino al lago (qui natura più sciolta, gente che corre e va in bici, famiglie e sentieri).  La fermata nel quartiere ” Fontaine d’Ouche” è decisamente in periferia (guardo la carina per ritrovarlo: come sempre ho preso il tragitto più lungo per rientrare… amen). Sul tabellone elettronico cè scritto L3: en prochain d’arriver. Non minuti, come in centro. Solo “prochain d’arriver”. Aspetto. Con me una ragazza scura che guarda un po’ con tenerezza e un po’ con sussiego il quasi moroso. Due ragazzini meno scuri giocano vicino a una bici. Due “giovannotti” fanno giri con una moto. Macchine passano lentamente. Un “coiffeur” è aperto. Le tariffe annunciano: taglio: 10 euro adultes, 8 les garçons. L’insegna dice “da Zouad”. E all’improvviso, dopo un pomeriggio d’impasse, mi sento a casa. La musica nordafricana che esce dal barbiere, quella musica ripetitiva, che sembra ogni tanto attraversata da singulti, non è che una conferma.

Che la vita, mi pare, questi Dijonnes se la custodiscono privatamente. Chissà quando si lasceranno scoprire.

Una possibilità (da lieto fine). Esiste a Dijon, come altrove, un’associazione di volontari guide turistiche. Si chiamano Bourgogne Greeters (www.bourgogne-greeters.fr) e appena possibile li contatto (i prossimi 2 fine settimana torno in Ticino)

 

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7 pensieri su “De l’impasse

  1. senza

    alors, ti consiglio di superare l’enpas mediando tra la cena dell’emigrante e quella dell’indigeno, unendo des escargots bourguignon alla polenta calda cosparsa di parmigiano fuso, sorseggiando del bon et beau jolet , possibilmente invitando ton visin de stans 🙂
    (pardon il me francais, NON c’è di peggio…)
    e getta la rete… 😉

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    1. iorandui Autore articolo

      in effetti… sono nell’impasse tecnologica: sul lavoro evidentemente non posso svolgere attività personali (e comunque la connessione internet è saltuaria) a “casa” internet non funziona, e dunque mi collego un po’ col cellulare, ma non riesco a scrivere effettivamente… Mi dicono che i disturbi con internet dovrebbero cessare entro “poco” (lo dicono da 10 giorni…”)
      L’accoglienza qui è sempre gentile e calorosa, ma la situazione di vita nel campus universitario, decisamente in periferia dalla città, è tra il monastico e la relegazione. Ma sono serena, anche se comincio ad avere sintomi da emigrante (comprato parmigiano, portatomi una scatola di polenta precotta… 😉

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  2. iorandui Autore articolo

    Ils ont une culture “autocentré” oui. E io che parlo infine abbastanza dignitosamente il francese (anche a livello di pronuncia, c’è di peggio) a volte come dici, mi guardano come se non capissero… Mah. Simpatici, ma sussiegosi. Verbo inesistente temo ma la dice lunga sul senso del mettere tanto sugo in quel che dicono/fanno (serata antifrancese questa). Prometto che domani sarò di umore migliore.

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  3. colfavoredellenebbie

    Quello che mi colpisce, dei francesi, è l’aspettativa – nei confronti di un povero turista proveniente dall’altrove – di una dizione perfetta.
    Il minimo discostamento dalla perfezione è accolto con aria interrogativa, con nessun prestito concesso alla comprensione.
    L’errore è visto quasi come un gesto di lesa maestà linguistica:)
    Vabbé, nessuno è perfetto, vero Deli:)
    Un bacio,
    z

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