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spianare la sabbia

Gironzolando per Barcellona coglievo arte in tutti gli angoli. Vivacità, vecchio e nuovo giustapposti. Edifici moderni e negozietti. Tempo dilazionato. Sperimentazione.

Occorre che ritrovi spazi di creatività , mi dicevo. Pensando agli anni in cui dipingevo (meglio: pitturavo) e scrivevo. Mi pare che questa ricerca di spazi tempi sia come quando in spiaggia, si spiana un angolo di sabbia. Lo si liscia accuratamente, erigendo muri di delimitazione, per poter scrivere e disegnare. Eppoi  trovare tutto afflosciato il giorno dopo.

Dunque spianare-conquistare ogni giorno questi “spazi nella sabbia”. Piccoli mandala da ricostruire regolarmente, accettandone l’effimera durata.

 

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pian piano tornerà

Oggi ho sistemato fiori in giardino. Bagnato la piante in casa. E sonnecchiato dopo pranzo.

So che la scrittura tornerà, e intanto mi accomodo ad attenderla. Mi aspetto, con un pochino di fiducia e una certa sorpresa…

A presto 🙂

Qualcuno è passato…

Curioso,

è proprio tanto tempo che non scrivo qui. Ma qualcuno, che mi par di conoscere (l’immagine e la poesia …) è passato ed eccomi a rimettere il pensiero in questo blog. Grazie Nic 🙂

Da cinque giorni sono immersa in un mondo ovattato, per un’otite che mi fa sentire a malapena. Ciondolo e ogni tanto leggiucchio. Ho terminato quasi due grandi lavori e dovrei potermi godere un po’ di tempo libero. Invece (ma in fondo c’era da aspettarselo) mi sono ammalata.

Tempo di passaggio di nuovo. Quando si era piccoli, dopo una malattia se ne usciva con qualche centimetro in più. Ora chissà…

Un abbraccio ai passanti, alle passanti 🙂

Sul bus… il y avait de l’amour

Aspetto alla fermata. Accanto due ragazzine, castane chiaro quasi bionde. Con una treccia annodata a mo’ di nastro. Sorelline forse, simili ma non troppo. Salgono. Salgo. E si accomodanto ad alcuni posti vicino a me.

Alla fermata seguente, sì, proprio quella dopo, vedo che muovono le mani, salutano verso chi aspetta. Sale una signora robusta e si accomoda di fronte a loro sorridendo  (ci sono spazi a quattro posti in questo bus). Loro dicono qualcosa in slavo e lei risponde. Poi le guarda. E c’è un amore, un amore tale nel suo sguardo che ancora adesso me lo sento addosso, un amore come una coperta avvolgente e leggera, che fa solletico e ti fa sentire solo bene.

De l’impasse

La questione dell’impasse mi occupa ormai teoricamente e praticamente. Per una ricerca collaterale, mi interrogo su cosa significa, e come  si può definire l’esperienza dell’impasse, nella dinamica del significare (francesizzo lo so, ma è che ste robe di solito le scrivo in french). Impasse come qualcosa di bloccato, che gira in tondo, che interroga ma non riesce a porre domande precise, come domanda da cui non nascono ipotesi. Si resta in un vago immediato, oppure le domande reiterano vecchi argomenti.  Nei casi più difficili è l’esperienza dell’incontro con la Medusa,  che guardandola ti impietrisci (occorre Perseo, e il suo scudo, si).

Mi si diceva, pochi giorni fa: e Iorandui? Riflette. Oggi ha scoperto delle cose, ma le dico dopo.

Questa permanenza all’estero (che trascorre “veloce-lenta-mente”) un po’ mi diverte, un po’ mi incuriosisce e un po’ mi spazientisce. Le impazienze sono soprattutto da “Mercurio contro”:  le difficoltà ad avere accesso a internet, ad avere un telefono (che funzioni), l’impressione che il il contesto francese non immagini che vi sono persone che “vengono da fuori” : festa sul lago di Kir (ci sono andata oggi), non si sa bene in quale punto esatto. 3.5 km il perimetro: fatto tutto, quasi due volte, sino a trovare la “festa delle associazioni” (di tutto un po’). Inoltre, pochissime possibilità di capire le tariffe telefoniche (ho fatto fuori quindici euro per una prima connessione internet, in soli 5 minuti?).

Comincio invece a quasi abituarmi ai fornelli elettrici (2) che funzionano poco e male. Inizio circa due ore prima a fare uno stufato di zucchine (per la cena di stasera) e circa 40 minuti prima a grigliare del pesce.  SI chiama “cucina dolce” (però domani vado a protestare, oh)

Cammino. In questo campus universitario decisamente poco affollato. Grandi spazi, blocchi – scatole di cemento, prati imprigionati in una misura standard e platani irregimentati. Li guardo e lo so, me lo dicono, che non sono contenti. Sono platani al guinzaglio, attenti a far cadere le foglie senza sporcare troppo. Prendo il bus, ormai comincio a capire un paio di linee. Quella che preferisco (la più comoda) la L5 passa davanti alle gallerie lafayette, un veterinario, un ristorante indiano e una lavanderia. Molte banche e farmacie. E parrucchieri.

Alle quattro del pomeriggio aspetto il bus che mi riporta in centro, dopo il giro a piedi sui prati vicino al lago (qui natura più sciolta, gente che corre e va in bici, famiglie e sentieri).  La fermata nel quartiere ” Fontaine d’Ouche” è decisamente in periferia (guardo la carina per ritrovarlo: come sempre ho preso il tragitto più lungo per rientrare… amen). Sul tabellone elettronico cè scritto L3: en prochain d’arriver. Non minuti, come in centro. Solo “prochain d’arriver”. Aspetto. Con me una ragazza scura che guarda un po’ con tenerezza e un po’ con sussiego il quasi moroso. Due ragazzini meno scuri giocano vicino a una bici. Due “giovannotti” fanno giri con una moto. Macchine passano lentamente. Un “coiffeur” è aperto. Le tariffe annunciano: taglio: 10 euro adultes, 8 les garçons. L’insegna dice “da Zouad”. E all’improvviso, dopo un pomeriggio d’impasse, mi sento a casa. La musica nordafricana che esce dal barbiere, quella musica ripetitiva, che sembra ogni tanto attraversata da singulti, non è che una conferma.

Che la vita, mi pare, questi Dijonnes se la custodiscono privatamente. Chissà quando si lasceranno scoprire.

Una possibilità (da lieto fine). Esiste a Dijon, come altrove, un’associazione di volontari guide turistiche. Si chiamano Bourgogne Greeters (www.bourgogne-greeters.fr) e appena possibile li contatto (i prossimi 2 fine settimana torno in Ticino)

 

Altopiano

Digione non ha montagne intorno. La conseguenza non è, come si potrebbe pensare, che è una città di pianura. Anche se della pianura ha questa “assenza di cornice” che lascia perplessa la mia percezione del paesaggio, per me abituata alle montagne, piccole o grandi, che incorniciano/hanno incorniciato i luoghi della mia vita. Dicevo, non si tratta di pianura, perché quando cammini senti che sei un po’ in alto, Poi il vento la sera, fa pensare a Bellinzona, una città del nord del Ticino. Discutendo con colleghe e colleghi, mi si apre una possibile comprensione. Siamo su un leggero altipiano. Questo mi dà un senso di possibile comprensione. Una “pianura quasi montana”.

Un’altra cosa sulla quale ancora mi interrogo, è che verso sera,  il sole mi sorprende all’uscita dall’ufficio e la giornata sembra più calda.

Sto godendomi giornate in cui leggo ed esploro documentazione. Durerà ancora poco, fra non molto dovrò cominciare a scrivere e presentare. Ma intanto è una sensazione magnifica. 🙂