Tout proche

Occorre che io riveda la nozione di “vicino” (tout proche). Che dalle mie parti vuol dire max cinque minuti di strada a piedi. Qui, quando ti dicono che è vicino, giusto scendere all’angolo e andare a destra (a parte che non si sa mai di quale direzione si parli, ma lì sono i miei problemi di orientamento), significa circa un chilometro se va bene. Meno male che tutto è in piano. Dunque il negozietto plus proche è a circa un km. La fermata del bus/tram poco meno. Il mio contapassi di Android è molto felice. Io talvolta si, talvolta no.

Cmq camminando camminando, ieri sono riuscita a fare un po’ di spesa. E giusto per sentirmi a casa, ho preso pure una tavoletta di cioccolato (nero) rigorosamente francese e bio. Ma pur sempre cioccolato. E appena mi raccapezzo nel negozio, mi compro pure il parmigiano. Così la mia identità italo svizzera è salvaguardata 🙂

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Anticipazione

Per un paio di mesi mi occuperò della nozione e dei vissuti riguardanti l’anticipazione. Per oggi una citazione di Merleau-Ponty: Le temps n’est pas une ligne mais un réseau d’intentionnalités.

Qui a Dijon ho un ufficio, una camera studio con  cucinino e per intanto una cattivissima connessione internet.

Dinamiche di conversazione

Sul bus, la signora accanto, piccolina e anziana, porta una rosa blu nel sacchetto della spesa. Di plastica e di stoffa evidentemente. Le dico “Bella rosa”. Lei: “Eh, sì, ma non è vera… ” – “Già si vede” osservo. “No, no, a me all’inizio pareva vera” riprende “Me l’hanno regalata… ” L’uomo accanto (e altrettando anziano), che stava ripiegato su di sè e la sua stampella, alza lo sguardo ironico e scherzoso: “Una rosa finta… pitturata…”  Accenna a scuotere il capo, e sorride. La signora uscendo: “Eh, è così… a me spesso fanno dei regali, delle sorprese…” Ci guardiamo, io e quel signore. Fra poco scende, io pure.

Ma si sarebbe potuto rimanere  in silenzio, lasciando chiusa la tendina della conversazione.

Peirce, Simondon, Varela

Oggi mi pare di aver trovato una chiave di lettura trasversale dei tre autori: non sostanzialisti, non deterministi. Al di là delle loro differenze di linguaggio. tutti e tre, in modi diversi (Peirce anticipandola) fanno riferimento alla prospettiva fenomenologica. Non sostanzialista significa, che tutto nasce (emerge) dall’interazione di relazioni e si inserisce in un continuum… (devo lavorarci su). Non determinista ci indica che le condizioni precedenti, sono solo una parte degli elementi che muovono i nostri orizzonti.

Poi sul treno Zurigo Mendrisio ho incontrato un giovane che mi pareva non potesse crescere mai. Ed ora è un giovanotto vero, con lo sguardo non disperso, con le intenzioni e il sentire distinti.

E il the zenzero e cannella era buonissimo.

Spartiacque

Quando nel 2003 ho aperto Melusina (anzi: Melusinach) l’ho fatto per il desiderio di raccontare. Raccontare qualcosa, qualsiasi cosa ogni giorno. Per me, prima di tutto per me. Era il giugno di un’estate caldissima, passata per buona parte in Valcalanca (quella valle magnifica… che da tempo non rivedo). Per alcuni anni la passione dei racconti su blog mi ha pervaso, fino ad esaurirsi. Poi tentativi faticosi di ricominciare a scrivere nello stesso modo di Melusina. Di ricreare quell’energia che faceva pensare sempre al prossimo racconto (modesto, lo so) o al prossimo testo da “postare”. Con Melusina ho inventato (creato) molte figure – personaggi. A volte talmente numerosi e strambi, da non ricordarne il nome. Rimangono, sempre: Iorandui, Sfirziola. E Ondorco.

Domenica parto per la Francia. Vado a Digione, per un viaggio di lavoro/ricerca. Per due mesi. Sino a ieri ero tranquilla e indaffarata nelle molte cose da fare. Ieri mattina l’angoscia. Vado via, vado via. Starò bene, sono contenta, evviva. L’angoscia. Questa porta aperta, dalla quale non vedi bene l’orizzonte che si apre. Evviva, evviva. Per un po’ di tempo la mia adorata solitudine e il silenzio. Evviva. L’angoscia.

Questi amici e amiche che ho nel cuore. E le parole che mi mancano per dire loro così tante cose. Perché a Melusina si è sostituito pian piano Iorandui. Ve lo ricordate? Silenzioso, parlava quasi a gesti. Appariva accanto al momento giusto. Poi spariva.

Nel frattempo sono diventata una studiosa. Ma non sono riuscita a diventare un’intellettuale. Me ne accorgo, perché non maneggio quegli strumenti lì, della dialettica universitaria come le spade degli spadaccini, per dimostrare che, per affermare cosa. Mi piace studiare, capire, ricercare. E a volte quel che capisco mi sembra così semplice e allo stesso tempo incomunicabile.

Questo blog si chiama Iorandui. Che ha nel cuore Melusina (come perderla o scordarla?) ma cerca la sua strada per parlare. Un esercizio di parola d’un inguaribile orso (orsa) seppur educata. E questo blog mi piacerebbe diventi (e non sono nemmeno sicura che i verbi concordino) uno spazio per dire cose sceme e cose intelligenti (talvolta) e cose poetiche e cose da niente.

Ma non per tutti, no. Per questo vi chiedo la gentilezza di non diffondere l’indirizzo di questo blog, di non condividerlo su facebook o su twitter o altra forma di pubblicazione. Non voglio “chiuderlo” perché dopo diventa troppo complicato accedervi. Ma tenerlo riservato, come nella casa che abito, in cui la porta è sempre aperta, ma pochi lo sanno. E non desidero nemmeno l’ansia dei commenti. Se passate, un sorrisino ogni tanto mi basterà. Se invece come è logico, avete altro da fare, non preoccupatevi. Ho bisogno di ricominciare a scrivere per me, verso questo altrove di cui non so nulla, che forse assomiglia a questo presente oppure no. Uno spartiacque delle sorgenti.